Racconti | Cracovia 2011


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Cracovia 23/08/2011 - Secondo giorno
Chiappe al vento (Del come essere nel posto giusto al momento giusto)


Partiamo mattinieri, nonostante il mio disappunto, e molto affamati in cerca di una colazione appagante e, da perfetti turisti al limite fra la completa drollaggine e un certo ammorbidimento bradipale da vacanza, ci facciamo impollare dal primo baretto a 50 metri dalla nostra sistemazione notturna e nella piazza principale e maggiormente turistica.

Il ragazzotto al servizio ha la stessa velocità di un amante soddisfatto da un amplesso da urlo quando, in attesa di conferme dalla sua bella, aspira la sigaretta con un sorriso sornione.


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La sua flemma è fastidiosa ed ha l'ardire di sbagliare l'ordinazione e di venire, con sguardo improvvisamente implorante, ad elemosinare il nostro perdono per un errore che gli costerebbe la metà del costo di una colazione pagata a peso d'oro.


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E' probabile che abbia aggiunto alla colazione qualche polverina magica per ammorbidire le nostre coscienze rese blande dalla fame, oppure che  l'inaspettata cremosità ed il gusto sopraffino del cappuccino, la dolcezza raffinata dei piccoli croissant ricoperti di zucchero ed il gusto deciso dell'espresso stranamente simile a quello nostrano, abbiano determinato un certo abbassamento della nostra soglia dell'intolleranza, oppure semplicemente c'è stato un equivoco dovuto alla lingua. Sono convinta che quest'ultimo fattore abbia influito fortemente sulla decisione finale di graziarlo.


Ma qualcuno non deve essere stato così clemente perchè nei giorni successivi è sparito nel nulla. Probabilmente si è licenziato per i tanti errori commessi, tali che, a fine mese, invece di prendere lo stipendio, avrebbe dovuto ripagare il suo datore di lavoro.

Questo primo episodio indisponente non mina il nostro entusiasmo e ci facciamo trasportare dall'atmosfera avventurosa che questo viaggio ci ha trasmesso fin dall'inizio.


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Il trombettista della leggenda finalmente si palesa con le sue note struggenti interrotte improvvisamente, narra la storia, perche' trafitto da una freccia in non so quale invasione della città. Versione questa, ci avverte la mini guida stampata che ci portiamo appresso, di uno scrittore americano che i polacchi, in cerca di una facile risoluzione ad una delle loro poche originali trovate turistiche e dal basso della loro poca inventiva, hanno immediatamente accettato e assorbito nella loro storia e tradizione facendolo passare come un loro intoccabile e degno di orgoglio segno caratteristico.

Ogni giorno questo signore si sveglia, saluta la moglie e si reca a lavoro sporgendosi dalla torre quattro volte all'ora come un allegro cucù a strombettare questo motivetto a meta'. Mi chiedo se almeno una volta abbia pensato, oltre al prevedibile desiderio di porre fine alla sua allegrissima esistenza, di completare l'esecuzione del pezzo. Il massimo sarebbe se lo facesse  e, pentito per l'oltraggio nazionalista verso il suo paese natio, poi si lanciasse platealmente a volo d'angelo sulla piazza creando così una nuova attrazione turistica o favoletta da leggere ai bambini prima di dormire. A quel punto i polacchi andrebbero davvero in un brodo di giuggiole.


Dopo questo scorcio di tristezza assoluta, ci dirigiamo all'agenzia turistica per prenotare la nostra prossima avventura ma la nostra attenzione e' catturata da un simpatico e giovane culetto messoci in mostra contro la sua volontà da una avvenente ragazzina.

Probabilmente, nel tentativo di rivestirsi dopo l'espletazione dei suoi bisogni primari, l'abbondante giovinetta aveva inavvertitamente incastrato la sottana lasciando le sue rosee chiappe sguarnite dei pudici orpelli che la morale severa e dispettosa ci impone e regalandoci quindi impareggiabili momenti di eccitato stupore ed improvvisa ed inaspettata  lussuria.


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Da italiani rispettosi della nota ed illustre tradizione documentaristica, il nostro primo senso di responsabilità ci ha coerentemente imposto di immortalare quell'incredibile e miracoloso spettacolo della natura.

Purtroppo la madre insolente si accorge del fattaccio e lei si sistema, ma noi continuiamo a far finta di fare le foto all'inesistente panorama dietro di lei per camuffare di essere dei "piglia in culo" patentati e per evitare che la madre possa rincorrerci e spaccarci in testa la macchina fotografica contenente la preziosa testimonianza di quel meraviglioso momento.

Il pomeriggio vola in compagnia delle sculture di sale eloquentemente illustrateci da quella che, a mio parere, potrebbe essere la donna  rappresentante per eccellenza della cultura polacca captata per ora, caratterizzata da un umorismo scialbo e da un distacco ed una freddezza abissali. 


Troviamo soprattutto statue che riproducono la vita dei minatori, ma anche altre raffiguranti la leggenda di Cunegonda, Madonne e Madonnine varie a cui i minatori chiedevano quotidianamente la grazia di uscir vivi da quel luogo angusto, ed infine la statua di Giovanni Paolo II che dal naso aquilino sembra Ratzinger come se l'autore avesse in qualche modo anticipato i tempi. Visitatori del luogo Copernico, che scoprì una sala, e Goethe, che ci studiava su, fra i più rappresentativi.


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Diciamo che la nostra guida dalle origini polacche e dall'italiano pessimo e raffazzonato, poteva tranquillamente confondersi con le NeHaiVistaUnaLeHaiVisteTutte statue di sale della grandiosa miniera orgoglio del paese. Il suo anedotto più di spiritoso e ridereccio (per lei, tetro per noi) è stata la statua con una famigliola ben vestita che a quanto pare non aveva seguito la guida per cui era morta nella miniera. Credo di non aver mai sentito una tal voglia di continuare ad ascoltare una guida tanti erano gli spunti di continuo stupore ed ilarità verso un senso dell'assurdo inconsapevole per lei ma estremamente divertente per noi.


Oltre all'angosciante sensazione di stare in una tana di talpe e al tremendo terrore di finire la mia vita ivi sepolta e ahime' viva, il momento piu' divertente, oltre alle battute assurdamente prive di spirito ironico del nostro simpaticissimo anfitrione, e' stato un pezzo di Chopin intitolato "Tristezza" fatto echeggiare in una enorme cava buia illuminata a tratti e a suon di musica da tetri faretti, mentre la guida esultava entusiasta per la lugubre esecuzione.

In un millisecondo veniamo riportati alla luce, staniamo dalla buca tanto profonda ed estesa da abbracciare, fra cunicoli e piani che scendono alla profondita di oltre 300 metri e per un'estensione totale di 300 Km, tutta l'area sotterranea di una cittadina intera di nome Wieliczka.

Questo impatto con la più elevata tecnologia in ascensori da 2 metri quadri e vecchi come il cucco,  ci tocca tanto che temiamo per la nostra incolumità, ma non facciamo in tempo a preoccuparcene che, all'aprirsi delle portiere, siamo spinti via malamente verso la folla per liberare il campo a nuovi turisti.


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Un'altra prova dell'estrema freddezza e passività da me riscontrata negli indigeni locali è la presenza di quelli da me ribattezzati "uomini cartello". Essi si trovano per la strada in prossimità dei locali barra negozi che hanno il compito di indicare e pubblicizzare, sostituendo in toto il nostro classico cartello pubblicitario. Non so se si tratti di un loro tratto caratteristico riconducibile in qualche modo a qualche loro sconosciuta  influenza genovese o forse scozzese (su questo gli storici ancora dissertano) o qualche ordinanza pubblica, ma essi sono incontrastati uomini oggetto della città, ancor più dopo aver scoperto che prendono uno dei nostri euro all'ora circa.

Quello che riceverà il mio premio ad honorem è certamente il poveretto incappucciato sotto il sole cocentemente crudele che ogni mattina, pomeriggio e sera indica il museo delle torture con l'intento di procacciare clienti che, avendo pena di lui, finiscono col cedere ed entrare a vedere due piccolezze storiche di non documentata provenienza con un interessantissimo contorno di aggeggi da tortura da comprare per rendere più briosa e colorata la noiosa vita di tutti i giorni.


Il tocco finale ha, sicuramente, l'impronta cibo. Gli italiani, loro malgrado, portano sempre la loro impronta mangereccia, è una caratteristica impressa, viene da sè, non la si può controllare facilmente e siamo sopraffatti dai sapori tediosamente contraffatti delle mediocri pietanze. 

La serata termina fra uno spiedino gigante, la ripetitiva birra del luogo e la sistematica allegria in un tourbillon che ci riporta anticipatamente e (quindi) diligentemente a casa.


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