Racconti | La mia mamma


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La mia mamma


Se non fosse per una certa somiglianza caratteriale tendente al maschiaccio, penserei seriamente di essere una povera orfanella adottata, visto che la chioma dorata e gli occhi marini di mia madre cozzano stridentemente con l'evidente dominanza, nel mio aspetto, del colore marrone.
Sicuramente bisognerebbe riconoscerle il premio "Mamma oppressa ma felice 2011" per la sua capacità di non prendersi un esaurimento nervoso dovuto al superamento continuo della soglia di sopportazione per le enormi rotture di balle che continuamente le propino.


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Caterina, detta Sterina da mio padre, che quando era particolarmente in vena di coccole arrivava addirittura a chiamarla Sterinedda, é una donna molto solare e simpatica, almeno fino a quando non le tocchi un paio di cosette di cui é particolarmente gelosa.
Non si capisce perché, infatti, sia particolarmente possessiva nei confronti del pesce di mio padre. Capirei se si trattasse di un nomignolo simpatico utilizzato nei loro giochi erotici, ma io parlo di pesce vero, nella fattispecie calamari abnormi e ridenti dentici, regolarmente pescati da mio padre ed ossessivamente stipati nel freezer con precisione maniacale.
Ha piazzato attorno alla zona dei precisissimi sensori che rintracciano la tua presenza da parecchi metri di distanza, facendo azionare un implacabile allarme che, dopo aver avvisato carabinieri, polizia e vigili del fuoco, aziona una sirena che è una fortuna se ci senti ancora.

Fra le sue fisse si annovera anche il suo volermi tenere lontana dai suoi trucchi e dalla sua bigiotteria, ma recentemente ho scoperto che ha semplicemente una paura fottuta che, con il mio lieve incedere da Flagello di Dio, rada al suolo i suoi monili ornamentali, solitamente prediligendo i suoi preferiti.

Le mie gambe portano ancora dall'infanzia i segni dei suoi simpatici pizzicotti e degli affabili calci alle gannedde che mi sferrava sotto il tavolo ogni volta che, con l'ingenuità puramente infantile, dicevo qualcosa che non le andava. É ancora vivo in me il giorno in cui feci l'imperdonabile errore di esclamare: "Ahia mi hai fatto male! Perché mi dai calci?". Gli altri nel tavolo ammutolirono, lei divenne rossa e mi fulminò con lo sguardo. Non fece nulla ma, arrivati a casa, mi toccò la meritata (ri)passata di colpi.
Qualche schiaffo comunque ci sta, fortifica il carattere e ti fa diventare dura e cinica.
Capite adesso perché sono diventata il mostro che sono ora?



 








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